sabato 25 aprile 2015

Chi mal comincia, ha già distrutto l'opera?

Ieri, venendo da un giorno e mezzo di semi digiuno, ero partita veramente carica e decisa a riprendermi il mio corpo per come mi piace. 
Già sono naufragati i miei propositi.

In passato sono spesso ricorsa al vomito (non mi va di scrivere quella parola con la B) per "facilitare" le cose. In realtà le ho solo complicate. In realtà le cose mi sono sfuggite presto di mano.
Era da un po', circa un mese e mezzo, che avevo inaugurato uno dei periodi in cui sostanzialmente mi illudo di aver il controllo della cosa.
Comunque, dopo 36 ore dall'ultimo vero pasto, oggi ho pranzato con del pesce. Fin qui tutto ok. Bastava ripetersi "lo posso controllare, lo posso controllare, mangiare (poco) va bene, è cosi che va fatto, lo posso controllare". Beh, poi i coinquilini mi hanno offerto un gelato. Potevo dire di no , è vero, ma subito nella mia testa ho pensato "beh vediamo se sono ancora così brava a eliminare tutto da me" e ho iniziato a mangiarlo pensando a quando sarebbe uscito da me.
Tornata in camera ho visto i sacchetti di patatine rimasti dall'ultimo festino e ho pensato " beh, tanto che devo farlo, dov'è il problema se spazzolo via queste?!"
Ecco. Il problema è che con l'ansia da prestazione non rendo.
Ne avrò vomitate al massimo metà, nonostante tutti gli sforzi.

Stamattina sulla bilancia c'era un ireealistico 66,6 (frutto del digiuno di ieri, suppongo) e tremo al pensiero di cosa leggerò domani.

Stupida stupida me.

venerdì 24 aprile 2015

Questione di numeri.

La matematica mi è sempre piaciuta, giocare coi numeri che variano.
Tutto ciò è meno divertente quando il numero che varia riguarda te, e una bilancia.
Ho lo stesso peso che avevo a 14 anni, e ora ne ho 22 suonati.
Peccato che il numero che leggo sul quel freddo display digitale dai numeri blu sia pericolosamente vicino al 70, peccato che sia esattamente 16.6 kg sopra al peso più basso che lessi lì nel frattempo. Peccato che io sfiori appena il metro e sessanta.
Non ho raggiunto quel numero onestamente.
 Volevo risolvere quell'equazione a tutti i costi, e ho barato copiando formule qua e là. Ne ero consapevole, ne ho già pagato le conseguenze.
Eppure non mi pento. 
Voglio risolvere di nuovo quell'equazione, con più maturità, ma non nego che non esiterò a barare.
Però ora so cosa significa cadere, precipitare da una simile altezza. Accarezzerò il baratro ma con meno spavalderia, perchè non posso fallire. 
Non ancora.
Non stavolta.

Tornare indietro, sui miei passi.

Spesso basta poco per far riaffiorare un ricordo, il ricordo di sè, di ciò che si era.
Ciò che ero. Non si trattava di una donna, una ragazza, felice, ma avevo imparato ad accettarmi. Anzi: avevo gettato le basi per potermi accettare, e punto a ricrearle, tornando sui miei passi.

Accettarsi non dipendeva solo da un aspetto -oggettivo- esteriore, ma anche, soprattutto, dalla consapevolezza ferrea che con la volontà (ferrea) avessi fatto di tutto, sano o meno che fosse, per giungere dove dovevo.


Prima di questo, tuttavia, c'era stato altro. Avevo raggiunto la meta, ero come dovevo, come volevo. Ma non sapevo capirlo. Non sapeva bastarmi. Così tra le rincorse frenetiche persi tutto.


Risalire la corrente, andare a ritroso, fino a tornare ancora lì, e questa volta capirlo. Questa volta apprezzarlo.


Il fine non giustifica i mezzi, ma ti stimola a trovarne di efficaci. A che prezzo non lo so ancora.